Diecimila anni di storia del vino La Sicilia recupera i vitigni autoctoni

Con un progetto dell’Assessorato regionale Agricoltura di censimento, conservazione moltiplicazione e inserimento nei mercati

Riempite tutte le botti e fatto il pieno di riconoscimenti nazionali e internazionali il vino siciliano apre una nuova pagina della sua irresistibile ascesa, indaga il suo passato per ridare vita, storia, diffusione e promozione ai suoi genitori più anziani.
Una tac completa all’immenso patrimonio vitivinicolo, dalle antiche origini a rischio di estinzione alle potenzialità qualitative da indagare e ancora tutte da sfruttare.
Il progetto di valorizzazione e produzione dei vitigni autoctoni siciliani, firmato dall’Assessore Agricoltura e Foreste della Regione Siciliana Giuseppe Castiglione, dal Dirigente generale Felice Crosta e coordinato da Dirigente dei Servizi allo Sviluppo Dario Cartabellotta, è già partito. 470 le aziende coinvolte, 84 i comuni interessati in 8 province dell’Isola per opera degli staff dei Servizi allo Sviluppo di Agrigento, Catania, Caltanissetta, Messina, Palermo, Ragusa-Siracusa, Trapani che hanno già condotto al prelievo di 2622 vitigni regionali, 863 vitigni locali e 88 vitigni antichi. In tutto 3573 piante selezionate.

Lunga, appassionante, la storia dei rapporti tra l’uomo e la vite in Sicilia. Ve la proponiamo per grandi sintesi. Il suo inizio data ben diecimila anni fa.
Vinaccioli carbonizzati di Vitis vinifera risalenti all’VIII millennio a. C. sono stati infatti ritrovati nella Grotta dell’Uzzo, in piena Riserva dello Zingaro, in provincia di trapani. Ma è nell’Odissea, nel canto IX, che si racconta come le viti delle falde dell’Etna crescessero così bene da non richiedere l’intervento dell’uomo, anzi dei Ciclopi…
In seguito furono gli autori greci e poi quelli romani come Catone il Vecchio, Marrone, Virgilio, Plinio, Columella a magnificare la qualità dei vitigni siciliani che già allora venivano esportati verso altre regioni sia italiane che del bacino del Mediterraneo per dare origine a nuovi innesti.
Ma la prima catalogazione scientifica delle varietà presenti in Sicilia, si raggiunge solo nel XVII secolo con gli studi di Francesco Cubani che ne descrive 49 varietà.
Nell’ottocento gli studi si fanno più solidi e si estendono alle 3000 varietà censite dal barone Antonio Mendola di Favara, uno dei più stimati ampelografi (studio delle foglie) dell’epoca e primo ibridatore di quei tempi. A lui si deve la Malvasia nera Rovasenda, il Catarratto bianco Caruso, il Moscato Pulliat, il Catarratto moscato Cerletti. Tutti i suoi manoscritti, purtroppo, furono dispersi prima della sua morte.
Fu l’arrivo della fillossera, nel 1863, a dare impulso a studi sistematici di viticoltura coordinati dal Ministero che istituì le Commissioni provinciali Ampelografiche. Si riempiono i cataloghi di tutte le province ma la priorità ora è rivolta alla lotta alla terribile infestazione che rischia di estinguere il patrimonio regionale. E, dopo lungo dibattito e sperimentazioni intense si decide di dotare le viti di veri e propri anticorpi, usare cioè le viti americane produttrici di uva come portinnesto. Fu una radicale e complessa ricostruzione genetica che portò, inevitabilmente, ad una riduzione delle varietà, che restano tantissime, ma ad un miglioramento delle qualità perseguito fino ad oggi dai produttori siciliani.
Il progetto dell’Assessorato Agricoltura prende spunto dallo studio della spiccata variabilità genetica dei vitigni siciliani di antica origine che hanno dato vita alla definizione del termine “vitignopopolazione”, un termine che serve a rilevare la presenza di numerosi biotipi in alcune varietà. Da qui gli obiettivi: recupero e valorizzazione dei vitigni autoctoni in termini di utilizzazione viticola, enologica, commerciale; studio e valutazione della risposta agronomica, enologica e qualitativa; ottenimento dei cloni di vitigni autoctoni omologati in un campo collezione di circa venti ettari e iscrizione nelle liste delle varietà autorizzate; offerta ai vivaisti di materiale per la moltiplicazione attraverso i nuclei di premoltiplicazione. Parallelamente alle azioni previste saranno condotte le valutazioni sanitarie, ovvero i test sierologici, molecolari e i saggi biologici legnosi.
Tra qualche anno, quindi, la Sicilia potrà raccontare e mostrare per intero la storia delle sue viti che hanno prodotto quel vino che ha inebriato i popoli del Mediterraneo e che oggi incanta gli uomini di cinque continenti. Una storia che scorre insieme alla storia dell’Isola, al suo patrimonio rurale e antropologico, ai suoi tesori archeologici, alle strade dei popoli che l’hanno abitata e all’ingegno degli studiosi, dei tecnici e dei produttori che l’hanno resa ricca e famosa per il suo vino.
Dopo le strade del vino, già istituite nell’Isola, un percorso di turismo e cultura attraverso i vigneti, le cantine e i bagli di quattro province, stanno per nascere anche le Rotte del vino. Quei viaggi in mare verso le isole come Pantelleria e le Eolie che hanno prodotto e producono i vini degli Dei. Nettari di sole profumati dal vento e dalle coltivazioni indigene capaci di conquistare e di sedurre viaggiatori e turisti di tutto il mondo.
Perché Vino sia sempre di più turismo e cultura: un trinomio indissolubile, magico connubio tra storia della terra e storia dell’uomo.

by Claudia Mirto

“Ulisse” Agosto 2004

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